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“Pink Floyd – The Wall” è il primo caso nella storia del cinema (e anche della musica) in cui non è un disco a fare da colonna sonora a un film, ma è la pellicola stessa a fare da “colonna visiva” all’album. Innovativi sia dal punto di vista sonoro, sia da quello delle immagini (si pensi alle copertine dei loro dischi o alle location dei loro concerti), i Pink Floyd si sono sempre distinti per una continua ricerca stilistica, creando uno stile unico che ha vantato (e vanta) numerosi tentativi di imitazione. Se tecnicamente, la trasposizione in immagini del concept album “The Wall” è stata resa possibile grazie all’abilità di Gerald Scarfe, designer e scenografo dei concerti del gruppo e autore di tutti i disegni delle animazioni del film, dal lato della narrazione, la storia presenta molteplici chiavi di lettura.

Più unico che raro, Gabriele Salvatores è un regista italiano che non detesta il caos del mondo. Anzi. ‘Happy Family’ adotta la nostra vita caotica senza moralismi alla Verdone (‘Io, loro e Lara’), senza i lugubri sentimentalismi del cinema amoroso, senza andamenti farsesco-grotteschi. Semplicemente, il film vede l’esistenza irragionevole e complicata, intossicata dalle difficoltà e dalla memoria della cultura, intimorita dalle paure e dalle contraddizioni quotidiane che quasi tutti viviamo: ed esprime la speranza che si riesca nonostante tutto ad essere un po’ felici.

David Fincher realizza il “Wall Street” dell’era digitale. L’età si è abbassata, giacche e cravatte sono state sostituite da felpe col cappuccio: sono i nerd i nuovi dominatori del mercato, controllati da spietati uomini di affari che vogliono a tutti i costi manipolarli. Se il nostro è un Paese che pensa che i trentenni siano ancora troppo giovani per trovare lavoro, in America è tutt’altra storia. E, dietro la macchina da presa, il regista coglie in pieno questa epoca, rendendoci testimoni di un evento che ha avuto inizio all’interno del dormitorio dell’università di Harvard.

«Stay hungry, stay foolish»: parole che ormai sono entrate nell’immaginario comune, pronunciate dall’uomo che è stato in grado di incarnare la figura di pioniere moderno, dal genio dell’elettronica che ha rivoluzionato per sempre le nostre vite. Per conoscere meglio la persona dietro al mito, viene in aiuto I pirati di Silicon Valley, pellicola televisiva prodotta nel 1999 che, in forma di cronaca romanzata, si concentra sul controverso rapporto tra Steve Jobs e Bill Gates, suo acerrimo rivale. Per la regia di Martyn Burke, il film non si discosta troppo dalla media dei prodotti per il piccolo schermo americano di fine anni ‘90, a esclusione però delle ottime interpretazioni dei due protagonisti, in grado di offrire ai loro personaggi una caratterizzazione acuta e tagliente.

A parlarne per strada o in ufficio Boris sembra la serie italiana di maggior successo in assoluto, a pari merito giusto con Romanzo Criminale. A guardare i dati Auditel invece non è così, i suoi numeri sono bassissimi, una briciola rispetto a quelli di quei prodotti di cui solitamente si occupa la banda Ferretti. Questo perchè Boris, come Romanzo Criminale, va in onda sul satellite, piattaforma dal bacino limitato (si parla di un pugno di milioni di abbonati in totale che ogni sera si spiattellano su diverse centinaia di canali). Sono in pochi dunque, pochissimi, gli spettatori della serie. Almeno quelli ufficiali.

Nella notte scorsa sono state assegnate le prestigiose statuette degli Oscar. Mattatore della serata è stato Il discorso del re di Tom Hooper, che ha ricevuto il premio come miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura originale. Oltre alla statuetta dorata per Colin Firth, protagonista maschile del film. Come migliore attrice, invece, ha vinto il premio Natalie Portman per Il cigno nero. The Social Network e Inception, invece, hanno portato a casa, rispettivamente, tre (sceneggiatura non originale, montaggio e colonna sonora) e quattro statuette (fotografia, sonoro, montaggio del suono ed effetti speciali).

Quante volte ci siamo lamentati del fatto che il cinema è troppo distante dai gusti del pubblico? Quasi come quelli che pensano di essere in grado di allenare la Nazionale di calcio perché hanno giocato per 12 anni a calcetto, ci è bastato essere spettatori per pensare di essere in grado di creare e fare cinema. E la Rete, ancora una volta, ci ha dato una mano. Il sito massify è una community che raccoglie attori, sceneggiatori e semplici appassionati di cinema con lo scopo di creare nuovi contenuti: film, cortometraggi e video. Nato nel 2007, massify si è andato via via espandendo, fino ad arrivare ai primi mesi del 2009 a produrre Perkins 14.

Era il 1 luglio 2010 quando con 23 giorni di anticipo Kevin Macdonald metteva sul canale lifeinaday un primo video contenente la chiamata alle armi. In quel video chiedeva a tutti di girare un video sulla loro giornata, di rispondere a qualche domanda (“Cos’hai in tasca?”, “Di cosa hai paura?”) e di farlo improrogabilmente il 24 luglio. Non prima, non dopo. E infine di mandare il risultato a lui e al suo team che avrebbero provveduto a selezionare e montare tutto insieme per realizzare un documentario su come sia vivere oggi sulla Terra (life in a day). Life In a Day, come ampiamente riportato, è stato presentato al mondo meno di 7 giorni fa al Sundance Film Festival, che è stato così lungimirante da accettare che il film fosse visibile contemporaneamente anche su YouTube stesso (e in diverse repliche i giorni seguenti).

E’ ora disponibile il primo trailer della pellicola “The social network” che, in autunno, cercherà di raccontare la nascita e la crescita di Facebook, vincitore, il 29 maggio scorso, di ben sei premi del Big Brother Award Italia 2010 (si rimanda all’articolo qui pubblicato “Big Brother Awards 2010. Facebook piglia tutto). Sebbene il servizio fondato da Mark Zuckerberg sia arrivato a contare 500 milioni di iscritti, la sua storia è tutt’altro priva di momenti controversi: da anni si trascinano nelle aule di tribunale una serie di cause intentate da ex-colleghi di Zuckerberg ad Harvard, volte a reclamare la paternità dell’idea alla base del social network in blu o di una parte consistente del suo assetto originario.

Forse, non tutti sanno che “The Blair Witch Project – Il mistero della strega di Blair”, film statunitense del 1999, è stato uno dei primi esempi di guerilla marketing. La storia dei quattro cineasti scomparsi in una foresta del Maryland, infatti,  non è altro che una leggenda metropolitana messa in rete e da lì lanciata dagli altri media. Sistema di promozione non convenzionale basato su immediatezza, energia e immaginazione (piuttosto che sul budget), le campagne di guerrilla marketing colpiscono i consumatori in modo inaspettato. L’obiettivo è veicolare un concetto attraente, provocante (spesso divertente) che spinga gli utenti a diffondere il messaggio in modo virale.

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