A febbraio del 2007, Rachel Bristow, Marketing Director di Unilever USA dichiarava al Times: “Sì, ci sono alcuni retailer come Starbucks o Nike che si stanno interessando al mondo dei social network, ma non credo che gli investimenti su questi media debbano superare quelli in televisione. Mi sembra un fenomeno destinato a rimanere, diciamo così, folkloristico”.
Un paio di mesi dopo, su Il Corrirere della Sera, Facebook veniva definito così: “Una colossale illusione per trenta-quarantenni in una fese della vita fatta di bilanci, alla ricerca di persone che hanno fatto parte del loro passato e di nuove amicizie attraverso una modalità che è ormai prassi nell’era del villaggio globale. Un manipolo di insoddisfatti, incapaci di costruire relazioni solide nella realtà e quindi alla ricerca di una forma di interazione diversa, anche se virtuale”.

Seicento milioni di iscritti dopo, speriamo si siano ricreduti.