Il nuovo miracolo economico della Germania
DANILO TAINO PER IL CORRIERE DELLA SERA –

Patrick Adenauer lo aveva anticipato giovedì pomeriggio, durante la prima giornata del congresso dell’Associazione degli imprenditori di famiglia tedeschi, della quale è presidente uscente. «Il piccolo miracolo economico in corso è in gran parte il risultato del nostro lavoro», aveva detto. Ieri mattina, dunque, una scarica di orgoglio è passata tra i delegati quando l’Ufficio federale di Statistica ha comunicato che, nel primo trimestre del 2011, l’economia della Germania è cresciuta a un ritmo che non si registrava dal giorno della riunificazione, nel 1990. Il secondo Wirtschaftswunder è vivo e scalcia, commentavano ieri parecchi industriali: un boom economico non meno importante di quello degli anni Cinquanta e Sessanta per i figli e i nipoti dei grandi protagonisti del primo.
L’ufficio statistico ha calcolato che tra gennaio e marzo l’economia tedesca è cresciuta dell’1,5% rispetto al trimestre precedente, del 4,9% rispetto a un anno prima. È il doppio della crescita americana, tanto per fare una proporzione.

Per raccontarlo con un’altra statistica, ieri gli imprenditori di famiglia facevano notare che un anno fa gli esperti pensavano che il Prodotto interno lordo tedesco (Pil) non sarebbe tornato ai livelli precedenti la recessione prima del 2013: invece lo ha già superato. Le previsioni dicono che quest’anno la Germania crescerà del 3%, forse del 3,4: non male per un Paese che entrò nell’euro, 12 anni fa, con la reputazione di malato d’Europa.
Lo sforzo per arrivare a questo risultato è stato fatto dal Paese nel suo insieme: i governi – di destra e di sinistra – che hanno fatto le riforme e hanno sostenuto l’industria durante la violenta recessione, i sindacati che hanno tenuto quasi fermi i salari per un decennio e gli imprenditori che hanno ristrutturato radicalmente le loro imprese e si sono lanciati alla conquista di nuovi mercati, nuovi nel senso che sono soprattutto quelli emergenti. Non solo le grandi imprese, quelle quotate in Borsa. Anche quelle gestite dalla famiglia che le controlla: di queste, per dire, nove su dieci hanno una presenza internazionale. «Ci sono già aziende medie e piccole – ha spiegato Jürgen Fitschen del consiglio di amministrazione della Deutsche Bank – che producono e distribuiscono più in Cina che nel mercato domestico della Germania». Quest’anno – altro dato che racconta molto – le imprese tedesche esporteranno più in Cina che negli Stati Uniti, per la prima volta, e se la tendenza continuerà nel giro di due o tre anni il mercato cinese sarà per loro più importante anche di quello francese, storicamente il primo.

Ieri, l’Ufficio di Statistica ha fatto notare che il risultato record è stato molto influenzato dall’attività domestica. Dal momento che tre giorni fa si era già saputo che in marzo le esportazioni avevano raggiunto livelli record, è facile tracciare il carattere del boom. Durante la recessione mondiale, che per la Germania fu particolarmente dura data la sua dipendenza dalle esportazioni, il governo accentuò i benefici per l’uso di orari ridotti in fabbrica in cambio dell’impegno delle imprese a non licenziare: sindacati e aziende strinsero la cinghia e, alla fine, superata la fase critica, molte imprese distribuirono una specie di dividendo, un premio legato alla ripresa dei profitti.

La Volkswagen, per esempio, a inizio anno ha firmato un accordo nel quale i lavoratori hanno ottenuto un aumento del 3,2% e un bonus di almeno 500 euro a testa. La Bmw ha distribuito l’anno scorso ai suoi 70 mila lavoratori in Germania un premio medio di 1.060 euro per avere tenuto i nervi saldi durante i momenti più bui.
Lo sforzo comune e l’avere evitato licenziamenti ha fatto sì che le imprese fossero pronte, una volta finita la recessione internazionale, ad aggredire di nuovo i mercati esteri. E così hanno fatto: dopo una caduta del Pil di oltre il 5% nel 2009, l’economia tedesca ha puntato tutto, spudoratamente, sulle esportazioni – tanto che Angela Merkel fu accusata dagli Stati Uniti e dalla Francia di non fare abbastanza per aumentare la domanda mondiale. Solo dopo ha usato il volano dell’export per aumentare i salari, ridurre la disoccupazione e quindi favorire consumi e investimenti, che è quello che sta succedendo oggi. Ma una cosa è certa, dicevano ieri gli imprenditori di famiglia a congresso: a fare funzionare il circolo virtuoso è la capacità di esportare, di stare sui mercati internazionali, prima di tutto quelli emergenti.

Non mancano i rischi, ovviamente, prima di tutto legati all’andamento dell’economia internazionale dalla quale il Paese è dipendente: una preoccupazione seria, di fronte ai segni di inflazione e di rallentamento economico in alcuni mercati emergenti, i più importanti, ormai, per le aziende tedesche. Ciò nonostante, gli imprenditori ritengono di avere trovato per ora il modello vincente.

Proprio perché in Germania le imprese sono tenute in alta considerazione e quelle di famiglia forse ancora di più – il 95% delle aziende ha una famiglia alla guida – a portare alla loro associazione il massimo messaggio politico è stato il presidente federale Christian Wulff. Il quale ha potuto raccontare del suo viaggio in Brasile e in Sudamerica, a sostegno del business tedesco. Così come Frau Merkel avrebbe potuto illustrare i suoi viaggi in Cina con lo stesso obiettivo, accompagnata da imprese e banche.

È una Germania aggressiva in economia, che si muove abbastanza compatta, in ordine come al solito. E che sta affondando la propria presenza nei mercati dove ormai si decide molto. Ha probabilmente capito quello che uno dei maggiori storici dei mercati finanziari, Russell Napier, spiega così: «Da 15 anni il mondo globalizzato è guidato dai mercati emergenti: lo hanno fatto sostenendo gli Stati Uniti, ma sono loro ad averlo fatto». «Siamo nei Paesi giusti al momento giusto», diceva ieri Adenauer, imprenditore e nipote del padre della Germania moderna.

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