La reazione dei mercati purtroppo ci ha dato ragione: l’Italia ha bisogno di misure radicali e credibili. La nostra proposta (avanzata sul Sole 24 Ore di sabato 9 luglio) di azzerare subito il disavanzo è stata criticata su due aspetti: non pensa alla crescita e non è fattibile. È vero esattamente l’opposto.

Le liberalizzazioni invocate da tanti sono necessarie e benvenute, ma hanno effetti incerti e richiedono tempo. A nostro avviso rilanciare la crescita richiede interventi draconiani che cambino l’equilibrio di rassegnazione in cui vive il Paese. Oggi i giovani migliori vanno all’estero perché in Italia non vedono un futuro, sono scoraggiati dal clientelismo e parassitismo alimentati dall’enorme sottobosco al confine tra economia e politica. Se la politica del rigore di bilancio pulisce questo sottobosco, elimina la fonte delle rendite politiche, e dà un segnale di una svolta politica e morale, allora non solo non riduce la crescita economica, ma l’aumenta.

Per riuscire in questo doppio intento non bastano manovre marginali, come 10 euro di ticket medico in alcune regioni e per alcune prestazioni, o buone intenzioni come la lotta all’evasione. Queste misure, pur non prive di effetti, non sono comprensibili o credibili all’estero e non danno un segnale di svolta al Paese. Ci vogliono misure radicali. Per essere concreti, e senza la pretesa di essere esaustivi per il poco tempo a disposizione, proviamo ad abbozzare una serie di proposte di questo tipo, che raccolgano anche i 60 miliardi necessari per il pareggio di bilancio.

1 Privatizzazioni per almeno 140 miliardi con un risparmio di circa 5 miliardi di interessi l’anno.
Abbiamo fatto un rapido calcolo di quanto si potrebbe ricavare dalla privatizzazione delle maggiori aziende: Eni, Enel, Poste, Ferrovie, Finmeccanica, Fintecna, Cassa depositi e prestiti, Rai. Queste privatizzazioni (e quelle di molte altre partecipate) non solo ridurrebbero la spesa per interessi, ma darebbero un segnale molto forte ai mercati e agli italiani, e toglierebbero il terreno sotto i piedi al clientelismo, all’inefficienza e alla corruzione. Per accelerare queste privatizzazioni lo stato può conferire le sue proprietà in uno o più fondi privati che gli pagherebbero immediatamente l’80% del valore stimato (finanziandosi con debito), pagando poi il resto a vendite avvenute.

2 Esproprio della moderna manomorta: per 50 miliardi con un risparmio di circa 2 miliardi di interessi l’anno.
Quando volle rilanciare l’economia del Piemonte Cavour espropriò la manomorta ecclesiastica: non solo per questioni di bilancio, ma perché le proprietà della chiesa venivano gestite male e frenavano la crescita economica. Le fondazioni bancarie sono la manomorta dei nostri tempi. È una proprietà dei contribuenti che fu appropriata dai politici con la legge Amato, e che oggi è fonte di prebende e di influenza politica sotto il mantello della funzione sociale. Riappropriarsi di quei patrimoni rivendendoli per diminuire il debito pubblico non aiuterebbe solo il bilancio dello Stato, ma libererebbe la vita economica dell’intermediazione politica.

3 Privatizzazioni delle municipalizzate per 30 miliardi con un risparmio di circa 1 miliardo di interessi l’anno.
Il Tesoro stima in 100 miliardi il valore di libro delle attività delle aziende municipalizzate. Tenendo conto dei debiti e di un possibile sconto di mercato stimiamo che si possano raccogliere circa 30 miliardi. Ovviamente queste privatizzazioni necessitano di regolamenti per evitare l’abuso del potere di mercato di cui alcune di queste imprese godono.

4 Riduzione dei costi della politica: circa 8 miliardi.
Vi sono molte stime sui risparmi dall’abolizione delle province; usiamo una cifra prudente, e diciamo 3 miliardi. Secondo il Sole 24 Ore di lunedì scorso i costi dei cda delle partecipate, delle auto blu, degli enti intermedi e delle consulenze esterne ammontano in totale a 7,5 miliardi. Questa spesa può essere sicuramente dimezzata senza alcun effetto negativo (anzi, probabilmente con un effetto positivo) sull’efficienza del l’amministrazione pubblica. Il costo complessivo di Camera e Senato è di 1,7 miliardi all’anno. Dimezzando il numero di deputati e senatori (portandolo così vicino alla media europea) e i vitalizi per ex deputati e senatori si risparmiano circa 900 milioni. Anche questa operazione non colpisce alcuna categoria a rischio di emarginazione sociale, e ha effetti positivi sulla crescita, perché innalza la qualità e la competenza dei deputati e senatori rimanenti.

5 Taglio di sussidi e agevolazioni alle imprese: 5 miliardi.
È difficilissimo ricostruire il flusso di sussidi e agevolazioni alle imprese. Una stima prudente è di circa 7 miliardi, ma possono essere molti di più, a seconda dei criteri di calcolo. La stragrande maggioranza sono inutili o dannosi, perché anestetizzano lo spirito d’impresa, inducendo a specializzarsi nell’ottenere sussidi e agevolazioni, invece che a produrre ed innovare, e sono una fonte infinita di corruzione, di diatribe politiche, di progetti inutili, e di frodi vere e proprie.

6 Eliminazione dei progetti faraonici ed inutili: 3 miliardi.
Una delle principali cause del dissesto greco è stata l’Olimpiade di Atene, fonte di corruzione e sprechi. La crisi è un’ottima occasione per ridimensionare alcuni grandi progetti inutili. Una moratoria sulle grandi opere, che consenta solo la manutenzione delle opere già esistenti, di cui invece c’è molto bisogno, porterebbe a un risparmio annuale difficilmente quantificabile: usiamo una cifra prudente e diciamo 3 miliardi.

7 Taglio delle pensioni inique e altri interventi sulle pensioni: 6 miliardi.
Accanto alle tante pensioni vicino al minimo, vi sono circa un milione 600mila pensioni oltre i duemila euro al mese, per un importo di oltre 60 miliardi. Alcune di queste sono totalmente sproporzionate ai contributi versati in passato, e non c’è nessuna ragione né morale né di equità per mantenerle al livello attuale. Da un taglio medio del 5% si possono ricavare 3 miliardi. Insieme con un innalzamento immediato dell’età pensionabile delle donne a 65 anni e con l’indicizzazione al Pil come avviene in Svezia e come proposto da Tito Boeri e Agar Brugiavini su www.lavoce.info, si potrebbe produrre un risparmio da quantificare esattamente, ma diciamo almeno 6 miliardi (le pensioni totali sono 250 miliardi, oltre il 15% del Pil; se non si può ridurre questa voce del 2%, che rigore è?).

8 Taglio degli stipendi pubblici più alti: 5 miliardi.
La seconda voce del bilancio pubblico è il monte salari, 173 miliardi, l’11% del Pil. Grecia, Spagna e Irlanda li hanno ridotti; anche noi possiamo fare altrettanto. Da una riduzione media del 3% (ogni ente pubblico può decidere se da minore impiego o minori salari), dolorosa ma non tragica, possiamo ottenere 5 miliardi.

9 Aumento delle rette universitarie: 3 miliardi.
L’università oggi è quasi gratuita, ma è frequentata soprattutto dai ricchi; i poveri finanziano dunque la laurea dei ricchi. Non c’è motivo per cui chi può permetterselo non paghi l’investimento più redditizio della vita, magari scegliendo tra pagare subito oppure un prestito da restituire in base al reddito conseguito dopo la laurea.

!0 Addizionale Irpef.
Con queste misure si risparmiano circa 38 miliardi non riducendo la crescita, ma rivitalizzandola. Restano ancora 22 miliardi (meno dell’1,5% del Pil) da reperire con maggiori entrate. Qui non abbiamo una preferenza specifica. Ovviamente un’intensificazione della lotta all’evasione aiuterebbe, ma sappiamo per esperienza che i risultati richiedono tempo e sono incerti. Una possibilità è un’addizionale Irpef restituibile in caso di successo nella lotta all’evasione: ogni euro recuperato all’evasione viene restituito pro quota a chi ha pagato l’addizionale. Questo ha due vantaggi: è una tassa visibile, per cui i cittadini vorranno sapere che i loro soldi vengono usati bene; e crea un forte incentivo politico a fare sul serio la lotta all’evasione.

Pareggio di bilancio, il coraggio di agire subito (di Luigi Zingales e Roberto Perotti)

Fonte: ilsole24ore