È buffo scrivere per tre volte un articolo, ma è pur vero che se la realtà supera sempre l’immaginazione, talvolta lo fa pure a ripetizione. Ve lo somministro così, grezzo e a rate: ho anche inserito un disclaimer in fondo all’articolo, che vi prego di leggere per valutare la mia fondatezza e parzialità.

Capitolo 1. Dopo un telegiornale nazionale.

La scomparsa di Steve Jobs è quella di un protagonista della scena informatica. Un uomo senza dubbio notevole, da portarsi come esempio di parecchie cose assai esotiche in Italia (intelligenza, coerenza, forza di carattere, riservatezza), con un seguito di fan degno di una rockstar, ricco e che politicamente non dava fastidio (quasi) a nessuno.

Senza rischio di essere cattivi od imprecisi, si puo’ dire che era anche il personaggio ideale per riempire per giorni giornali e trasmissioni televisive, normalmente impegnate su argomenti su cui è bene sorvolare, ed unirle in un coro di osanna assolutamente gratuiti che aiutano a riempire pagine e fanno sentire tutti più buoni.

I coccodrilli di Steve erano, purtroppo per lui, aggiornatissimi ed affilati dato l’arcinoto decorrere della sua orrenda malattia; anche questo ha aiutato i giornali e telegiornali a lavorare “tanto, presto e bene”.

Beh, “bene” è una parola grossa, ed in effetti il tentativo di superarsi a vicenda e dire qualcosa di più e di diverso ha prodotto, oltre ad un ampio catalogo di castronerie su cui è bene sorvolare, un mostro visto in prima serata su un tiggì nazionale, che mi ha profondamente rattristato. Il mezzobusto a fine servizio ha detto papale papale che c’era chi era contento della morte di Jobs.

La persona in questione è Richard M. Stallman, hacker storico, creatore di software famosi, del concetto stesso di software libero, della licenza GPL e fondatore della Free Software Foundation.

Stallman ha scritto testualmente ed a chiarissime lettere, non sul sito istituzionale della FSF ma sul suo blog, fra i commenti politici del 6 ottobre (“politici”, quindi per lui secondari):

“Steve Jobs, the pioneer of the computer as a jail made cool, designed to sever fools from their freedom, has died. As Chicago Mayor Harold Washington said of the corrupt former Mayor Daley, Ìm not glad hès dead, but Ìm glad hès gone. Nobody deserves to have to die – not Jobs, not Mr. Bill, not even people guilty of bigger evils than theirs. But we all deserve the end of Jobs’ malign influence on peoplès computing. Unfortunately, that influence continues despite his absence. We can only hope his successors, as they attempt to carry on his legacy, will be less effective”

Ora, un’affermazione così lapidaria può essere sgradevole, ma il concetto è sintetico e chiaro: Richard commenta positivamente la fine di un’influenza negativa sul mondo dell’informatica. Il mondo dell’informatica come lo vedono lui ed altri.

La pietra dello scandalo, decisamente fuori dal coro, è definire Steve, “l’eroe scomparso”, come: “il pioniere del computer come prigione resa desiderabile, progettato per separare gli ingenui dalla loro libertà”. Non celebrare un morto, non unirsi ai cori di osanna, non allinearsi al “sono sempre i migliori che se ne vanno” non è certo comune: mantenere le proprie opinioni su una persona anche dopo la sua scomparsa è semmai prova di una profonda convinzione. Richard è mostruosamente antipatico, beve assai più della media, non è elegante, ricco o pettinato, è monomaniaco ed egocentrico, ed io gli voglio tanto bene per quello che ha fatto per il mondo. Tutti dovrebbero volergli bene.

Capitolo 2. Dopo un giro sulla stampa internazionale.

È fuor di dubbio che un’informazione errata e manipolata nel mondo giornalistico italiano non sarà mai smentita, quindi è del tutto inutile riportare canale, ora, giorno e nome del mezzobusto/direttore prima citato. Si vede pero’ di più e meglio sulla stampa internazionale.

Malgrado esista chi scrive un elenco dei fatti che supportano le posizioni di Stallman, sulla stessa testata ti lasciano il dubbio del “ci sono o ci fanno?” dichiarando Stallman inadatto a fare da “portavoce” di FSF. Dire che il fondatore di un movimento, per il fatto di ripetere il nocciolo della suo filosofia (con cui si è liberissimi di non essere d’accordo), è inadatto a parlarne è veramente degno di Zelig.

Capitolo 3. Dopo aver aperto il giornale del mattino.

Il manifesto politico affisso in quel di Roma è un capolavoro inarrivabile, un ossimoro epocale, sembra impossibile arrivare a tanto, anche dedicandovi un intero convegno di masochisti impegnati per giorni interi a progettare e pensare come farsi male. Neppure Crozza poteva toccare certi livelli, come è provato dalla immediata comparsa di altri manifesti bene ispirati dal primo. Notevole il “Ciao Bin”. C’è poco da ridere: se questo è il massimo del supporto al software libero della classe politica italiana mi spiego tante cose.

Cosa dire agli autori del manifesto ? Mah, provate a ripartire da qui, e buona lettura.

Disclaimer: Confesso di aver convissuto con un SE30 per anni, installato OpenStep, scritto programmini in Objective-C, tenuto per un mese una Nextstation sulla scrivania e di detenere tuttora il kit di installazione di Rhapsody. Vedete bene quindi che ci ho messo davvero tanto a capire dove sbagliavo. Spero che l’articolo vi possa servire a far prima di me.

di Marco Calamari