Il cielo non era più plumbeo. In mattinata aveva piovuto a Londra, ma il sole era spuntato per dare il suo contributo. Era forte l’odore della birra che proveniva dalle bancarelle fino all’interno dello stadio di Wembley. Questo odore la gente se lo portava addosso ed era così forte quanto la loro voglia di vedere la loro band amata: i Queen. L’attesa durò a lungo, fino a quando non partì l’intro di “One vision” e Freddie Mercury non salì sul palco spinto dalle note della chitarra di Brian May. Il boato dello stadio continuò a lungo prima di lasciare spazio alla voce del cantante. Era il 1986, i Queen erano all’apice della popolarità.

Cinque anni più tardi il sogno era finito. I pupazzi giganti di plastica dei quattro sudditi di sua Maestà non sarebbero più rimbalzati sul mare di gente ai loro concerti e quelle note senza Freddie Mercury non sarebbero state le stesse. Quel qualcosa di magico non c’era più. La magia era terminata. Vent’anni fa il 24 novembre del 1991 Mercury morì sul letto della sua residenza londinese davanti a Kensington garden. Se ne andò senza grande clamore, con discrezione, affidando la sua voce al suo manager Peter Freestone (autore anni dopo di una biografia intima sulla leggenda del rock) che lesse una lettera d’addio a stampa e fan. Il cielo quel giorno era grigio. Piangeva lacrime salate perché una sua stella si era spenta in terra.

La vita di Farrokh Bulsara si rivelò uno scrigno magico per il cantante: le sorprese sono state dietro l’angolo e i successi sempre di più di quanti se ne aspettava. Merito di un talento fuori dal comune, di una capacità estrema di rapportarsi con qualsiasi forma d’arte ma soprattutto grazie ad una voce forte e modulata, piena di sfumature, come il suo carattere. Lui non era i Queen ma era l’immagine della band. Chi pensa a loro, pensa al suo frontman che sul palco sapeva come far emozionare e divertire il suo pubblico. Vestito in calzamaglia o con jeans, Freddie Mercury era l’eroe della musica, quella eterna. Era colui che riusciva nell’impresa di far vivere le sue emozioni ai suoi fan tramite le sue canzoni. Pochi artisti lo facevano, pochissimi ci riescono ancora. Questione di stile. E di cuore. Che Mercury dimostrò subito di avere con il suo primo vero successo “Bohemian Rapsody”, inno alla pazzia creativa. Un singolo di una durata infinita per l’epoca e che segnò l’ingresso dei Queen nel mondo della musica che conta.

La malattia di Mercury venne tenuta nascosta fino al suo ultimo giorno di vita. Neppure quando uscì il video, “These are the days of our lives” che mostrò il cantante visibilmente magro e provato. Al termine del videoclip Mercury saluta i fan: “I still love you” dice con il sorriso sul volto.

Il 24 novembre 1991 morì a 45 anni nella sua Garden Lodge al fianco degli amici più stretti, del suo manager e dell’ultimo compagno Jim Hutton, sieropositivo, deceduto per tumore nel 2010. La notizia fece il giro del mondo e inizò un pellegrinaggio di fan fuori dalla sua abitazione che si protrasse per mesi. La morte di Freddie Mercury fu uno spartiacque nella musica. Erano pronte nuove band emergenti, di tutt’altra caratura e musica: i Nirvana di Kurt Cobain avevano da poco fatto uscire l’album che entrerà nella storia Nevermind e i Take That erano in studio per il loro primo grande successo “Everything Changes”. Tutto cambia. Ma il mito rimane immortale.

Tratto da qui