“Completo e totale fallimento quando l’obiettivo sembrava ragionevolmente facile da ottenere”, questa la definizione precisa data dall’autorevole Urban Dictionary. Si può fallire in molti modi, commettere errore (anche distruttivi), ma l’epic fail ha una connotazione diversa: si fallisce in maniera clamorosa di solito nell’ambito in cui sulla carta si è più bravi o dopo aver annunciato trionfalmente qualcosa. In ambito tecnologico è fin troppo facile e in Rete ancora di più: qualcuno noterà di sicuro il vostro fail e non mancherà di farlo notare a tutti, aggiungendo al danno, la figuraccia e ovviamente la beffa. Chiedete per esempio a quelli di Netflix. Ma il fail è qualcosa di più e sta ai confini con il nonsense. Essere convinti che una propria idea sia geniale può portare a un epic fail quando messa alla prova degli altri: cosa passasse per la testa ai vertici di Google quando hanno deciso di staccare la spina a molte delle loro applicazioni è ancora un mistero. Anzi, alla fine, un epic fail bello tonante. Ecco il ranking dei fail più fragorosi in ambito tech del 2011 secondo ReadWriteWeb:

7) Qwikster
Se sai fare bene una cosa (e per di più hai successo facendola) continua a farla. Regola banale che, però, quelli di Netflix hanno deciso di smettere di seguire all’improvviso. Prima volevano separare il comparto dvd, chiamandolo Qwikster, da quello streaming costringendo gli utenti a servirsi da due siti differenti, poi hanno aumentato i prezzi. Ottenendo solo insulti e migliaia di utenti in fuga. Fin qui, fail generico. Poi il capolavoro: il nome Qwikster esisteva già in Rete ed era il nickname di un utente Twitter la cui immagine profilo era Elmo dei Muppets mentre si fumava una canna. Ed ecco l’epic fail servito.

6) La furia omicida di Google (nel disattivare applicazioni)
Android App Inventor, Buzz, Labs, Code Search, Timeline Search, Wave, Knol, Friend Connect e altre. Tutte applicazioni disattivate senza troppi complimenti dallo staff di Google con il proposito di rafforzare Google+. Peccato che questi servizi non fossero disabitati: dopo essere stati offerti gratuitamente avevano ottenuto un loro pubblico, magari non enorme, ma appassionato. Bene, queste persone si sono viste togliere il loro servizio da sotto il naso, all’improvviso. Non l’hanno presa bene (e soprattutto non se lo sono spiegato).

5) I restyling di Google (e il movimento #OccupyGoogleReader)
Se non bastava l’aver disattivato un buon numero dei suoi sevizi “minori”, Google è andato oltre con i restyling di alcune delle sue applicazioni più utilizzate. Passi quello di Gmail, ma se eravate utenti di Google Reader ad esempio vi sarete accorti del taglio di tutte le funzioni social del servizio, cose che gli utenti amavano molto. Perchè farlo? Non si è capito, ma negli Usa alcuni l’hanno presa parecchio male e hanno addirittura lanciato il movimento #OccupyGoogleReader.

4) L’applicazione Color
L’azienda che produce questa applicazione aveva trionfalmente (ecco il primo segnale di un imminente fail) di aver raccolto 41 milioni di dollari in finanziamenti solo nella fase di pre-lancio. Poi, non paga, ha altrettamento epicamente dichiarato che avrebbe “riscritto il concetto di status update su Facebook”. Dovrebbe avere a che fare con lo sharing di foto su Facebook e la raccolta di gallery fotografiche. Bene, non si è ancora capito a cosa serva veramente e diciamo, non è stato proprio un successo. Epic fail.

3) Il fiasco del network della Playstation
Il 20 aprile il network della Playstation è stato hackerato. I dati (password e numeri di carte di credito) sono rimasti a lungo nel limbo della Rete, disponibili a chiunque volesse consultarli anche con le peggiori intenzioni. Per evitare ulteriori rischi e per cercare di arginare la falla di dati, quelli di Sony hanno staccato tutto mettendo il Network offline. Per tre settimane non si è più saputo nulla poi il tutto è riapparso un po’ alla volta online ma il reset delle password era compromesso e pare che la causa fosse un nuovo attacco cracker. Nuova messa offline e cinque settimane complessive di interruzione del servizio. E la Sony ha impiegato tre settimane per dare una risposta significativa agli utenti del suo network. Epic fail.

2) La settimana da incubo di Rim e di chiunque avesse un Blackberry
Se avete un Blackberry lo sapete già: quest’anno i servizi dati della Rim sono andati in blackout per tre giorni. Niente Internet sul cellulare per un sacco di business man. Dramma. Rim ha impiegato diverso tempo per rendersi conto dell’entità del blocco e comunque non ha offerto particolari spiegazioni. Pare che quei tre giorni siano costati all’azienda qualcosa come 50 milioni di dollari in vendite perse.

1) Hp e l’effetto Tablet
Se vuoi inseguire qualcuno di veramente grosso, accertati di avere i mezzi, oppure fallo con un po’ di sano basso profilo. Hp sperava di trovare la terza via per il tablet, fornendo un prodotto “altro” rispetto a iOS e Android per fronteggiare, soprattutto, l’iPad di casa Apple. Per questa ragione aveva acquisito Palm e il sistema webOS. Le aspettative erano altissime, ma il suo TouchPad non ha venduto pochissimi pezzi. Così la Hp ha annunciato di cambiare stratgia di business, smettendo di produrre device mobili. Poi hanno abbassato il prezzo del TouchPad a 99 dollari. E questo, magia, ha iniziato a vendere. Ma in liquidazione. E Hp ha rettificato quanto aveva detto prima per annunciare di voler mettere in produzione un ultimo lotto di tablet a prezzo stracciato. Non male per un prodotto che doveva fare concorrenza all’iPad. Steve Jobs idolatrava la Hp, prima di iniziare. E su questa amara considerazione, ecco servito l’epic fail più roboante del 2011 tecnologico.

Tratto da qui