In fondo, parecchio in fondo, la saga di Stieg Larsson, 65 milioni di copie vendute in 46 Paesi del mondo, non è altro che la storia di un uomo e di una donna. Lo sostiene David Fincher, regista di opere al nero come Seven eZodiac , pervase di segreti inquietanti e violenza efferata, ma anche di avventure dei nostri giorni comeThe Social Network , dedicato all’invenzione di «Facebook». A Roma per parlare di Millennium – Uomini che odiano le donne , 100 milioni di budget, primo capitolo della trasposizione americana del celebre best seller, Fincher spiazza tutti dichiarando, a più riprese, che a lui più «dei meccanismi da giallo alla Agatha Christie» interessava soprattutto descrivere «il rapporto tra Mikael e Lisbeth, un uomo di mezza età e una ragazza molto più giovane che, nonostante le loro diversità, si ritrovano a lavorare insieme stabilendo una grande intesa». La ragione del fenomeno culturale, dice Fincher, è tutta lì «nella tensione, nell’antagonismo e nell’enorme potenziale scatenato da loro due insieme». In più, l’autore che non ebbe paura, alla fine di Seven , di far trovare a Brad Pitt la testa mozzata della mogliettina Gwyneth Paltrow, esalta, nella sua visione, i toni da thriller dedicato all’altra metà del cielo: «Io e lo sceneggiatore Steven Zaillian eravamo convinti del fatto che questa è una storia che parla di violenza nei confronti delle donne, con diverse sfumature di degradazione, e non si può sfuggire da questo fatto». Fedelissimo al romanzo, Fincher non ha risparmiato nessuna delle sequenze più dure, a iniziare dallo stupro di Lisbeth: «Bisognava fare in modo che il pubblico sentisse dentro di sè il bisogno di vendetta, ma capisse anche la validità di questo sentimento, una cosa molto difficile, come camminare su una lama di un rasoio».

E bisognava, soprattutto, trovare la Lisbeth giusta, in grado di reggere i confronti con Noomi Rapace, protagonista della versione europea per il grande schermo, girata dallo svedese Niels Arden Oplev: «Mi serviva una bambina senza controllo, con un atteggiamento riflessivo, che la spinge a starsene in disparte, a guardare la folla, prima di entrarci dentro». L’ha trovata in Rooney Mara, già diretta in The social network , nel piccolo ruolo della fidanzata di Mark Zuckerberg: «Quello che mi ha convinto durante l’audizione, è stato che si è comportata come avrebbe fatto Lisbeth, non si è mai arresa. Cercavo una persona indomabile, e alla fine del casting ho capito che lei avrebbe fatto veramente di tutto». E infatti è andata esattamente così: «Si è tagliata i capelli, ha imparato a guidare la moto, è partita per la Svezia da sola ed è scomparsa nel nulla. Se trovi qualcuno disposto a tutto questo, sei a cavallo, il piercing lo può fare chiunque». Al suo fianco Daniel Craig doveva essere un Mikael Blomkvist «maturo e molto mascolino, è lui la chiave d’accesso al racconto». Sul motivo del successo della saga, Fincher non si è interrogato più di tanto. Quello a cui teneva era fare un film lontano dai precedenti: «Ho visto gli adattamenti, ho letto i romanzi, e alla fine mi sono chiesto: come potrei raccontare le stesse cose in un modo diverso?».

La risposta è nelle quasi tre ore di Millennium , un viaggio teso e affascinante, sospeso tra passato e presente, dentro anime raggelate da rimorsi e peccati: «Uno dei problemi più grandi è stato scegliere, dovevamo far entrare in una pellicola 600 pagine di romanzo. Sarei stato felice di poter incontrare la compagna di Larsson, ma lei non era particolarmente interessata e, nel frattempo, noi siamo andati molto avanti con la sceneggiatura». Adesso, in attesa dell’uscita italiana (400 copie il 3 febbraio con Warner Bros), Fincher riflette sui prossimi impegni che dovrebbero comprendere il film su Bobby Fischer, lo scacchista statunitense che ha vinto il titolo di campione del mondo, e una versione per il grande schermo di Ventimila leghe sotto i mari . Ovviamente c’è già all’orizzonte l’idea di andare avanti con la serie di Larsson: «La mia agenda è aperta. In America il Millenniumsvedese, per via dei sottotitoli, non era stato visto da tutti e da noi il cinema è sempre alla ricerca di buone storie che il pubblico potrebbe aver voglia di vedere e rivedere».

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