Le informazioni sono la moneta dell’economia digitale. Il fenomeno dei “Big Data“, dei pacchetti di livello “petabyte”, non è un “pour parler” degli strateghi del marketing ma un elemento estremamente concreto nell’ambito delle attività aziendali e delle tecnologie deputate a gestirle. Non a caso c’è chi arriva a disquisire addirittura sul paradigma della “data economy”, dove le aziende devono imparare a trarre valore dei dati perché in gioco c’è la loro sopravvivenza e dove per “data” si intende tutto l’insieme dei documenti – strutturati e non (questi ultimi rappresentano l’85% di quelli acquisiti e gestiti nel complesso da un grande organizzazione) – che circolano dentro uffici e dipartimenti di un’impresa. E quindi e-mail, dati relativi a sistemi gestionali vari, messaggi e testi postati online (social network ovviamente compresi) e altro ancora.

L’evento di lancio in Italia di Sql Server 2012, avvenuto ieri a Milano (la disponibilità sul mercato è fissata a partire da inizio aprile), è stata per Microsoft una ghiotta occasione per entrare con decisione sull’argomento “Big Data”, tematica per la quale la casa di Redmond rivendica un ruolo di primo piano al cospetto di concorrenti che sia chiamano Emc, Oracle, Sap ed ovviamente la storica grande “amica-nemica” Ibm.

Ciò che la società mette in campo con la nuova versione della sua piattaforma l’ha sintetizzato egregiamente Luca Venturelli, direttore della Divisione Server & Cloud di Microsoft Italia: «l’enorme crescita del volume dei dati è caratterizzata dalla fortissima interazione esistente fra le informazioni che vengono generate da processi gestiti in formato digitale. La nostra proposta è una piattaforma in grado di liberare il potenziale di questi dati grazie ad avanzati strumenti di business intelligence e di garantirne la qualità abbracciando tutte le informazioni, di qualsiasi tipo e dimensione, destrutturate e provenienti dall’esterno, che girano in azienda».

Sql Server 2012 si presenta, in quest’ottica, con il biglietto da visita di un prodotto – parole di Venturelli – «completamente ripensato a livello di tecnologia core, completamente aperto e interoperabile con le piattaforme non Microsoft (Java, Linux, ndr) e che non rappresenta un re-branding di qualcosa di esistente bensì un passo in avanti realmente innovativo sotto il profilo delle prestazioni e delle funzionalità». Quali? La lista comprende il “must have” delle soluzioni per il data management di nuova generazione: capacità in-memory (garantite dalla tecnologia xVelocity), maggiore velocità nella risposte alle query sottoposte al database e maggiore potenza di esplorazione dei dati in chiave business intelligence e data warehousing. E, soprattutto, il fatto di essere una soluzione cloud-ready, prerogativa che si concretizza grazie alla piattaforma Windows Azure, per cui un servizio integrato con Sql Server 2012 basato su Apache Hadoop sarà rilasciato entro il primo semestre.

I dati, questa l’essenza del Microsoft pensiero (in linea con quello di tutto gli altri vendor), vanno trasformati rapidamente in “business insight” capaci di guidare e accelerare i processi decisionali dell’azienda. Impattando in modo sensibile sui costi di gestione, a tutto vantaggio di Cio e Ceo in disperata ricerca di strumenti per tagliare le spese e aumentare efficienza e produttività. Questa, almeno, è la promessa che Microsoft rivolge a clienti che rispondono per esempio al nome di Volvo, Revlon, Hsn e LG Chemical.

E in Italia? Come spesso accade le referenze per il Belpaese quando si tratta di nuovi prodotti latitano. Dall’ad Pietro Scott Jovane è comunque arrivata in quest’ottica un’anticipazione: «sono nomi di aziende molto importanti, che annunceremo a breve, e quanto alla possibilità che anche le Pmi cavalchino i Big Data credo che il fenomeno vada visto nella sfera del cloud, e cioè soluzioni che permettono di accedere alle nuove tecnologie anche senza grandi risorse It».

Tratto da qui