Caro direttore, la prima cosa che balza agli occhi quando arrivi davanti alla sede di Apple sono le tante biciclette parcheggiate e la fila di giovani che entrano negli autobus aziendali per rientrare a casa dopo il lavoro. Tutto è ordinato, pulito, immerso nel verde, gli uffici con grandi vetrate, pieni di luce, l’arredamento semplice, chiaro come le pareti. All’interno, il campus con ristorante, store aziendale, bar con tavolini all’aperto e prato verde come in un campo da golf.

Se esci da qui ed entri nel grande campus della business school di Stanford non cambia niente, stessa atmosfera, stessi giovani, stesse biciclette, stesso verde con alberi bellissimi e un’atmosfera di comunità allegra e colorata che trovi anche da Google. Nella sala riunioni di Apple, con un grande tavolo centrale e quattro nuovi computer con immagini in continuo movimento, parlo con Tim Cook, in polo bianca, blue jeans con alla cintura il badge aziendale con sopra scritto Tim. E’ oggi a capo di Apple dopo avere lavorato per anni con Steve Jobs e sono rimasto folgorato dalla sua semplicità, dalla sua disponibilità e dalla totale mancanza di quella prosopopea che caratterizza molti top manager europei. Mi ha colpito la sua cortesia, la capacità di sintesi e anche di fare chiaramente trasparire la passione per il suo lavoro. Era il giorno che precedeva l’annuncio di straordinari risultati (+98%) dei primi quattro mesi e nelle quasi due ore in cui siamo stati insieme ha con puntualità risposto alle tante domande che gli ho fatto su Steve Jobs, sull’Azienda, sui prodotti, sul design, sull’organizzazione, sulla formazione e la crescita delle persone, sui mercati, sulla gestione del marchio, sulla strategia del retail e della comunicazione.

In questa straordinaria azienda il senso di appartenenza e di squadra sono fortissimi e quando Eddy, grande appassionato della Ferrari, suo braccio destro e amico, che per oltre quindici anni ha lavorato per Jobs, ha sottolineato come siano molti gli elementi comuni tra Apple e Ferrari (esclusività, attenzione ai dettagli, gestione del marchio, orgoglio di appartenenza, attenzione alle persone, design, ricerca tecnologica), Tim ha subito voluto sapere tante cose delle nostre macchine e della nostra storia. Ho voluto sapere da lui cosa era che ammirava di più in Steve Jobs e mi ha risposto, dopo avere riflettuto un po’ perché per lui erano tante, «la capacità di guardare dietro l’angolo» e quando ho chiesto di dirmene un’altra mi ha risposto subito «essere molto demanding con i propri collaboratori». Mi ha detto: «Steve aveva due soli hobbies, il lavoro e la famiglia».

Alla fine del colloquio, sapendo che avevo parcheggiato sotto la FF nera con cui ero arrivato, mi ha detto con impazienza «andiamo a vedere la macchina». Siamo scesi davanti all’entrata e ha voluto sapere tutto della vettura, poi, seduto alla guida, ha spinto il pulsante rosso e sentito il rombo del motore, entusiasmandosi come un ragazzino. Mi sono sempre domandato perché la new economy sia nata nella Silicon Valley, in quello spicchio di California a due passi da San Francisco e non altrove in America. Certo l’Università di Stanford ha avuto un ruolo molto importante ma secondo Tim Cook la ragione principale sta nell’ambiente, nel clima, nella qualità della vita, nella serenità di tanto verde. Certo è impressionante vedere tanta creatività, tante idee, tanta capacità di guardare sempre avanti, di darsi continuamente nuove sfide, mantenendo molto forte il rapporto con l’Università.

Da Google ho provato il primo prototipo di vettura senza conducente, attraverso un laser sul tetto della macchina e un piccolo radar sul cofano. Siamo solo all’inizio di questa ricerca che quando tra vent’anni sarà applicata darà ancora più spazio però a macchine come la Ferrari che uno compra proprio perché è entusiasmante guidarle! E quanto sia forte il mito della Ferrari l’ho toccato con mano entrando con una certa emozione nell’aula magna dell’Università di Stanford, gremita da oltre seicento studenti accorsi per sentire parlare di leadership e che si sono entusiasmati quando hanno più volte sentito ripetere la parola «passione». Facendo poi colazione con alcuni di loro nel ristorante del campus e visitando la grande biblioteca riflettevo che proprio lì è nata Google, grazie a due giovani studenti e all’aiuto dell’Università che ha saputo investire in questa straordinaria realtà.

Pensando a questo, vedendo la straordinaria bellezza del campus, il rapporto fra studenti e professori, notando la generosità di tanti privati e aziende che destinano molti fondi per l’università, per il sapere, per la ricerca, per l’elemento più importante – il futuro – mi è venuto quasi automatico pensare con molta tristezza a quanto tutto questo è trascurato in un paese di straordinario potenziale e di tante eccellenze come l’Italia… Ma questo purtroppo è un discorso molto lungo – forse troppo!

Tratto da qui