La parola del momento è “mobilità”, termine che in questo articolo ripeterò spesso.

E’ una parola positiva. Denota la capacità di spostarsi, di cambiare, di evolversi, di non restare fermi alla crisi, di reinventarsi.

Occorre che lavoratori e studenti imparino ad essere mobili e a non fossilizzarsi su un solo lavoro o su una sola azienda. Soltanto così si può superare il momento difficile che stiamo vivendo.

Si sta parlando molto anche della mobilità intesa come spostamento fisico all’interno delle nostre città. La recente Fiera delle Startup di Milano ha visto come protagoniste diverse realtà che stanno cercando di incentivare la mobilità sostenibile e intelligente.

La mobilità riguarda anche i nostri sistemi di comunicazione. Smartphone e tablet sono spesso classificati come “mobile”, perché si spostano insieme a noi.

E quante volte negli ultimi tempi i nostri politici hanno chiamato i propri elettori alla “mobilitazione” a favore o contro qualcosa? Mobilitare i propri elettori significa dare un’idea di movimento che contrasta con l’immobilismo di cui i nostri partiti sono generalmente accusati.

Mobilità. Stiamo parlando di una bella parola con una valenza positiva, che piace a pubblicitari e politici e che commercialmente rende molto. Se sei mobile, sei dinamico. Se sei mobile, non sei statico.


Ci sono però altre due accezioni del termine “mobilità” che vorrei sottolineare.

La prima è la procedura di mobilità. Ti vengono dati dei soldi per affrontare il periodo in cui ti stai muovendo da un posto di lavoro all’altro. Sembra una bella cosa. In realtà viene utilizzata una parola positiva per denotare qualcosa che di certo positivo non è: la perdita del posto di lavoro.

La seconda è un’accezione di tipo sociologico. Sto parlando della mobilità sociale, cioè della possibilità di passare da uno status sociale ad un altro. La mobilità verso l’alto, verso uno status sociale superiore, ha riguardato buona parte dei nostri genitori. Oggi non solo sembra quasi impossibile muoversi verso l’alto, ma riuscire a conservare la condizione sociale e il livello di benessere raggiunto nei decenni scorsi pare già una cosa difficile. E non si tratta soltanto di un problema di soldi. Percepire di non poter migliorare il proprio status ha degli effetti negativi sulle nostre motivazioni, sul nostro umore e in generale sulla nostra voglia di muoverci.

In sostanza in questo periodo storico ci viene detto che abbiamo il dovere di muoverci,ma che non abbiamo il diritto di muoverci verso l’alto. Siamo un po’ come dei topolini in gabbia.

Vi sembro pessimista? :)

No. In realtà sono profondamente convinto che per chi è in grado di essere ottimista non c’è crisi che tenga.

Ogni ottimista si muove nel solco del progresso, affrettandolo, mentre i pessimisti vorrebbero mantenere fermo il mondo. (Helen Keller, scrittrice e attivista politica. Fu la prima persona cieca e sorda a laurearsi in un college).

gaberr