Da “La Stampa” del 5 agosto 2010, articolo di Federico Guerrini.

Il computer da indossare che ti trasforma in un cyborg

Un computer indossabile fai-da-te. Lo ha realizzato il ricercatore svedese Martin Magnusson che per il suo progetto “becoming a cyborg” ha preso una scheda Beagleboard, piccola ma paragonabile per capacità di elaborazione a un laptop, e grazie ad essa ha fatto girare un’apposita distribuzione del sistema operativo libero Linux, la Angstrom.
Poi ha preso dei materiali “poveri” come un paio di occhiali da sole, una tracolla e una custodia per Cd, e li ha trasformati in supporti per la sua unità centrale di programmazione. Il tutto alimentato da un hub Usb e da quattro batterie da 1.2 volt.

“Un computer è una finestra sul mondo virtuale. Ma quando sono in giro, la finestra si chiude e sono confinato nei limiti della realtà fisica.
Il computer indossabile permette di mantenere la finestra aperta. Sempre e comunque – ha detto il ricercatore svedese a commento della sua creazione”.

Va aggiunto che gli occhiali non sono dei tipici occhiali da sole, di quelli che si indossano in spiaggia, ma sono di tipo un po’ particolare: si tratta dei “personal media viewer” Myvu, che incorporano in piccolo video proiettore. Per impartire istruzioni alla macchina, Magnusson utilizza una tastiera ripiegabile Nokia, mentre la connettività Internet si ottiene collegandosi via bluetooth, a un iPhone. In una prima versione tutti i cavi di alimentazione e collegamento del computer erano a vista: il risultato era efficace, ma poco gradevole all’occhio: ecco entrare in gioco la custodia per Cd che Magnusson ha svuotato dell’imbottitura, per poi stiparci dentro la scheda madre e tutto il materiale in sovrappiù.

Al suo inventore, il computer servirà soprattutto per potenziare la sua memoria: “con la lista degli impegni visibile in un angolo dei miei occhi, avrò sempre presente i dettagli delle cose da fare – afferma”. A parte questi impieghi prosaici, dietro all’idea del Pc indossabile, c’è probabilmente anche il ritorno di immagine garantito da questo piccolo esperimento.
La pubblicità, si sa, fa bene agli affari e Magnusson, oltre che ricercatore, è anche imprenditore: la sua ditta, Boldai, ha come mission quella di “aumentare il livello dell’intelligenza artificiale dei giochi fino a portarlo a raggiungere quello di un umano”